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Nursing Up Regione Lazio

 

 

 

Gentile Direttore,

in qualità di rappresentanti di un’associazione di categoria che opera quotidianamente nelle strutture sanitarie della capitale e della regione Lazio intendiamo denunciare una situazione che metterà, a breve, in serio pericolo la salute dei nostri concittadini.

In questi giorni è diventato un tema cogente la cessazione delle deroghe al D.lgs 66/2003 in tema di orario di lavoro, operate dalla legge 30 ottobre 2014, n. 161 “disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Legge europea 20013-bis” (GU n. 261 del 10/11/2014), lo scopo di superare la procedura di infrazione n. 2011/4185 che interessava il personale dirigente e sanitario del Servizio Sanitario Nazionale.

Dal 25 novembre 2015, è abrogato il comma 6-bis dell’art. 17 del D.lgs 66/2003 con la conseguenza che “ferma restando la durata normale dell'orario settimanale, il lavoratore ha diritto a undici ore di riposo consecutivo ogni ventiquattro ore. Il riposo giornaliero deve essere fruito in modo consecutivo fatte salve le attività caratterizzate da periodi di lavoro frazionati durante la giornata o da regimi di reperibilità”.

In sostanza l’Unione Europea ha fissato i criteri “minimi” relativi a riposi, ferie, orario massimo di lavoro e lavoro notturno. In particolare, oltre alla misura “minima” di riposo giornaliero di 11 ore consecutive, stabilisce un orario massimo settimanale di 48 ore, comprensive dello straordinario.

La questione adesso non è trovare, nuovamente, un escamotage legislativo per vanificare i legittimi contenuti della legge n.161/2014 (Legge europea 20013-bis) ma risolvere il grave problema che la classe politica e dirigenziale italiana ha creato e che quella della Regione Lazio ha aggravato con molti dei provvedimenti di questi ultimi due anni.

Il nostro scopo è quello di rendere evidenti le responsabilità della giunta Zingaretti e di molti dirigenti della regione Lazio e lo vogliamo fare semplicemente facendo riferimento agli atti normativi da essi emanati.

Analizzando l’“Atto di indirizzo per l’adozione dell’atto di autonomia aziendale delle aziende sanitarie della regione Lazio”, emerge che tra i principi ispiratori che guidano la riforma della rete ospedaliera, si prevede “l’adozione di misure organizzative volte al tendenziale superamento del concetto di posto letto assegnato alla singola unità operativa ed evoluzione verso un’organizzazione per area assistenziale ad intensità di cure per acuti.

Essendo cultori della materia e facendo riferimento solo alle fonti normative ed alla letteratura scientifica non possiamo esimerci dal prendere atto che l’organizzazione per intensità di cure si basa sulla centralità del paziente, sulle sue aspettative ed esigenze di sicurezza e di efficacia. Si tratta di un lavoro per obiettivi, di un’organizzazione in grado di coniugare eccellenza professionale, collegamento tra diversi livelli assistenziali a seconda dei bisogni della persona assistita, attenzione all’accoglienza e alla dimensione umana dell’assistenza. Viene superata la dimensione legata alla patologia e al modello mono-specialistico con un approccio poli-specialistico non più bastato sul numero dei posti letto ma sui casi trattati. (“Organizzazione dell’ospedale per intensità di cure: gli errori da evitare”. R. Nardi,V. Arienti, C. Nozzoli et all. Italian Journal of Medicine (2012) 6, 1-13).

Tutto ciò sarebbe in linea con quanto dichiarato nell’Atto di Indirizzo emanato dalla Regione Lazio se non fosse in netto contrasto con la disposizione che la stessa regione ha dato alle aziende sanitarie ed ospedaliere circa gli indicatori per il calcolo del fabbisogno del personale. Stiamo parlando della Disposizione emanata dalla Direzione Regionale Salute e Integrazione Sociosanitaria n 259999/GR/11/23 del 13/05/2015, con oggetto “criteri generali per determinazione delle dotazioni organiche nelle aziende ed enti del Servizio Sanitario Regionale”, che fonda il suo impianto ancora una volta sul “parametro” del posto letto.

Come se non bastasse i dirigenti incaricati di elaborare questo provvedimento regionale hanno dato il peggio di sé! In un’oculata e produttiva (sic!) attività di benchmarking hanno fatto riferimento a due modelli tutt’altro che esemplari: Sicilia e Puglia.

Il rapporto di questi giorni, sui livelli essenziali di assistenza (Lea) elaborato dal Ministero della Salute, dice che queste due regioni si trovano rispettivamente al nono e al dodicesimo posto tra tutte le regioni italiane. Non sarebbe stato più semplice, oltre che maggiormente produttivo guardare alla Toscana? Ciò non solo perché essa si trova in testa alla classifica ma perché possiede modelli organizzativi all’avanguardia che testimoniano il valore dei suoi dirigenti.

Le aziende sanitarie della regione Lazio sembrano incapaci, anche grazie alle inadeguate direttive regionali, di stimare il proprio fabbisogno di personale. Dalle attuali dotazioni organiche manca totalmente il personale Operatore Socio Sanitario costringendo gli infermieri ad un sistematico demansionamento.

La Senatrice PD Anna Lisa Silvestro, già Presidente della federazione Nazionale IPASVI, nel 2008 presentò un lavoro insieme a G. Pitacco sull’analisi delle complessità assistenziali al fine di determinare il reale fabbisogno di personale. Come in altri numerosi studi è emerso che il processo assistenziale non può essere "pesato" attraverso il “minutaggio”. Esistono strumenti ad hoc, per ogni contesto operativo, che possono dare una risposta adeguata a questa esigenza. In questo caso lo studio in questione fece emergere la differenza tra 2 Standard: presenza minima e presenza consigliata.

Nel primo caso, detto minimo assistenziale, il numero infermieri presente può garantire solo un'efficace collaborazione al processo diagnostico-terapeutico, lasciando senza risposta i bisogni più elementari della persona. Al di sotto di questo non potrà essere garantita neanche la collaborazione al processo diagnostico-terapeutico mettendo a rischio la sicurezza della persona assistita. Grazie alle scelte politiche che hanno determinato un ridicolo e pericoloso blocco del turn over, siamo ormai a questa seconda ipotesi.

Concludendo, l’attuale Governo Regionale, con la complice collaborazione dei direttori generali delle aziende sanitarie, dopo aver incrementato la tassazione con le c.d. addizionali e altre imposte, ha sottratto ai Cittadini il diritto all’assistenza sancito dall’art. 32 della Costituzione.

I Cittadini del Lazio hanno il diritto di sapere che oltre non vedersi garantite, come sta già accadendo, le prestazioni incluse nei LEA (liste d’attesa esaurite ed esami in convenzione -Tac –RMN – Mammografie…) precluse, in caso di ricovero in un ospedale pubblico rischieranno di non ricevere un’assistenza sicura e di qualità, nonostante l’elevata professionalità degli operatori.

Riteniamo che l’irresponsabilità del Governo Regionale del Lazio che simula, attraverso i media, una riorganizzazione efficiente, moderna ed efficace del Servizio Sanitario Regionale, dissimula, in vero, l’ennesimo duro colpo alla Sanità Pubblica beffandosi dei suoi Cittadini.

Roma 26/11/2015

                                                                                                                                                                              Dott.ssa Laura Rita Santoro

                                                                                                                                                                              Dott. Mauro Carboni

 

 


  

 

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