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Apr30

Quanti uomini e donne nel SSN? - Quanti Infermieri nel SSN?

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Personale Ssn. E' donna il 63,8% degli operatori sanitari. Quasi il doppio degli uomini

La fotografia dei 646.236 dipendenti del servizio sanitario è stata scattata dal Ministero della Salute.  Gli infermieri sono 263.803, di cui 203.202 donne. A Bolzano il doppio dei dipendenti del Lazio in rapporto agli abitanti.

Nel 2010 il personale dipendente del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) è sempre più al femminile:  le 412.125 donne rappresentano il 63,8% del personale dipendente, e sono quindi quasi il doppio degli  uomini (36,2%). In aumento rispetto al 2009 soprattutto le donne medico, ma anche le infermiere.

Come noto, sia come Sindacato e in qualità di Infermieri, abbiamo l'abitudine di citare le fonti che ci hanno permesso di  valutare e/o studiare argomenti. Nel mondo scientifico un "articolo scientifico" ha valore se è possibile valutare la fonte ed eventualmente trovarne dei difetti.

Lo studio è stato realizzato dall’ufficio di Direzione Statistica elaborando i dati del Sistema Informativo Sanitario, trasmessi attraverso la rete di collegamento dati fra Aziende Sanitarie, Regioni e Ministero della Salute. Il Dossier è stato reso noto nel febbraio 2013.

La pubblicazione costituisce una fotografia, per l’anno 2010, si riferisce alla disponibilità del personale operante nelle strutture pubbliche del Servizio Sanitario Nazionale – Aziende Sanitarie Locali, strutture di ricovero pubbliche ed equiparate.

Sotto il link che fornisce il volume dei dati statistici aggregati per tipologia di Istituto.

Unica pecca dello studio? Probabilmente la valutazione delle carriere? Una volta assunti, donne e uomini, come sono le loro possibilità di carriera? Io penso che questo non sia stato valutato benchè molto importante?

Buon 1° Maggio 2013 a tutti! 

Cordialmente

Laura Rita Santoro




 

Per approfondire: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=14674

Il dossier è citato interamente: http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato7245493.pdf

 
Mag24

La Corte dei conti denuncia gli sprechi della Sanità

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La Corte dei conti denuncia gli sprechi della Sanità

La Corte dei conti denuncia gli sprechi della Sanità


La Corte dei conti denuncia miliardi di euro sprecati ogni anno in campo sanitario, dove il 29% delle risorse stanziate va perduto. Circa 77 miliardi di euro vengono adoperati ogni anno dalle amministrazioni locali per l'acquisto di beni e servizi nel settore della Sanità, secondo quanto risulta dai dati forniti dal ministero delle Finanze e dalla Ragioneria dello Stato. Cinque anni fa se ne spendevano 24 in meno. Questo aumento di spesa non si è tradotto però in un aumento dell'efficienza. Dal rapporto «Ospedali& Salute 2011», realizzato da Aiop, l'Associazione Italiana Ospedalità Privata, in collaborazione con Ermeneia - Studi & Strategie di Sistema, risulta proprio il contrario: cresce la quota d'inefficienza degli ospedali pubblici che ricevono un finanziamento più alto del valore delle prestazioni che erogano. Gli sprechi vanno da un minimo del 17,2% del Veneto a un massimo del 46,4% della Calabria.

Il Nord gestisce meglio le risorse, ma anche qui il margine di spreco è cresciuto: 21,8% rispetto al 20,5% dell'anno precedente. La Lombardia perde il primato di regione più efficiente d'Italia (19,3% contro il 16,9%) e cede il posto al Veneto (17,2% contro il 18,1%). Fra le regioni a statuto speciale il maggior tasso d'inefficienza spetta alla Sicilia (37,8%) e alla Sardegna (41,8%).

Il totale delle condanne emesse dalla Corte dei Conti nelle sue relazioni è di circa 254 milioni di euro di danni, in gran parte concentrati in Lazio, Sicilia, Calabria e Lombardia. Ieri il presidente del Consiglio Mario Monti ha incontrato il presidente della commissione d'inchiesta sul servizio sanitario nazionale Ignazio Marino. Hanno parlato della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari che avverrà in tempi rapidi e anche di sprechi sanitari.

«Sono molte le aree in cui la spesa può essere razionalizzata - spiega Marino - Solo nel 2011 in Italia sono stati eseguiti 400 mila interventi chirurgici d'elezione. In genere si viene ricoverati già la notte prima in ospedale. Questo costa allo Stato circa 900 euro a persona, soldi totalmente buttati perché il ricovero è del tutto inutile da un punto di vista sanitario e nessun paziente, se potesse scegliere, chiederebbe di rimanere per un giorno in ospedale anziché a casa propria. Gli interventi inutili sono tantissimi. Prendiamo le colicistectomie, ad esempio. In Italia la degenza media è di quattro giorni. In Paesi come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti nemmeno un giorno. E' un problema di organizzazione che ci costa altri 400 milioni di euro».

Marino fa altri esempi di sprechi: gli ospedali al di sotto dei cento posti letto senza Guardia con anestesista e rianimatore 24 ore su 24. In tanti muoiono perché vengono trasportati in queste strutture dove non possono ricevere l'assistenza necessaria e devono essere trasferiti altrove, una perdita di tempo che può rivelarsi fatale. In questo caso il risparmio ammonterebbe a molti miliardi di euro. Anche l'eccesso di parti cesarei è uno spreco. Lo 0,5% del Fondo Sanitario Nazionale va in consulenze, evitandole si potrebbero risparmiare 500 mila euro.

 

Fonte: http://www.aicoitalia.it/news.aspx?id=16

 
Apr03

Ospedali Italiani - Prestazioni e costi diversi?? - I commenti proseguono

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Prestazione ma costi diversi. Fino a tre volte di più. Le mille facce degli ospedali italiani - Botte & Risposte

 

L' Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari della Cattolica ha messo a confronto 10 Aziende ospedaliere (sette sono laziali).  Per curare la stessa patologia un ospedale può arrivare a spendere il triplo di un altro. Una prova "indiretta" che i tagli lineari non possono funzionare.

Troppe discrepanze nelle performance economico-gestionali di alcuni ospedali laziali e italiani: per curare lo stessa tipologia di paziente un ospedale può arrivare a spendere il triplo di un altro; a parità di caso trattato si registrano voci di spesa molto differenti tra le diverse strutture, segno che alcune riescono meglio di altre e con meno spesa a fornire lo stesso servizio.
Alla luce di tale variabilità, i cosiddetti tagli lineari, che colpiscono tutti alla stessa maniera senza valutare le diverse realtà, finiscono per penalizzare gli ospedali più produttivi e meglio gestiti.
 
È quanto emerge dallo studio “Analisi di benchmarking tra aziende sanitarie pubbliche e private selezionate nel 2010: Analisi delle performance economico-finanziarie”, realizzato dai ricercatori dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) dell’Università Cattolica e coordinato dal direttore Prof. Americo Cicchetti. “L’obiettivo dello studio - spiega il professor Cicchetti -, è fornire una metodologia per il confronto sistematico delle performance economico-finanziarie delle aziende ospedaliere: dal confronto emerge un consistente differenziale di efficienza del Policlinico A. Gemelli rispetto ad altre strutture ospedaliere della Regione Lazio e del territorio nazionale”.
Dal punto di vista dell’efficienza gestionale ed economica il Policlinico A. Gemelli si pone come punto di riferimento (benchmark) per le strutture ospedaliere di pari complessità non solo nella Regione Lazio, ma anche per il resto d’Italia: confrontato con altri importanti ospedali presenti in Regione e nel resto del Paese, il Gemelli risulta il migliore per molti indicatori di produttività come il numero di pazienti dimessi annualmente, indicatore che dà la misura di quanto produce un posto letto.
 
I ricercatori ALTEMS hanno effettuato il confronto tra 7 aziende sanitarie del Lazio e altre 3 aziende sanitarie di rilevanza nazionale che operano a un livello di complessità medio-alto, utilizzando alcuni indicatori riguardanti l’efficienza-produttività, il personale, la struttura e l’attività. Gli ospedali messi a confronto sono l’AO San Andrea di Roma, l’AO San Filippo Neri di Roma, il Policlinico Tor Vergata di Roma, l’AO San Giovanni di Roma, l’AO San Camillo di Roma, l’AO Molinette di Torino, il Policlinico Sant’Orsola di Bologna, l’AOU Careggi di Firenze e il Policlinico A. Gemelli di Roma.
“Ne emerge un quadro molto variegato  - spiega il professor Cicchetti, direttore ALTEMS - ovvero c’è un’alta variabilità tra strutture per molti indicatori di produttività presi in considerazione. Questa alta variabilità tra strutture - precisa il professor Cicchetti -, suggerisce che i tagli orizzontali previsti dalla spending review rischiano di penalizzare le strutture più produttive”.
 
Lo Studio Altems
Lo studio prima di tutto mette in evidenza che le strutture ospedaliere laziali del campione producono oltre 330.000 ricoveri (su 1.083.582 di tutta la Regione) di cui il 20% sono pazienti dimessi dal Policlinico Umberto I (6% del totale dei dimessi nel Lazio) e il 32% dal Policlinico Gemelli (10% dei dimessi della Regione Lazio), che rappresentano di gran lunga le strutture con la maggiore attività assistenziale. Il Policlinico Gemelli è il maggiore attrattore di pazienti da altre Regioni italiane (18% dei casi nel 2010), seguito dal Policlinico Umberto I con l’11% di pazienti non laziali trattati in ricovero ordinario e DH. In termini di complessità, però, è l’AO S. Camillo (1,18) a mostrare il maggior indice di case-mix, seguita dal Policlinico di Tor Vergata (1,14). Le altre strutture considerate si attestano tra l’1,03 e l’1,07.
 
Indicatori di produttività - La differenza nella produttività degli ospedali “laziali” rispetto agli ospedali usati come riferimento non appare così marcata. L’attività di assistenza per ogni posto letto (numero di dimessi annuo per posto letto) mostra in pole position Tor Vergata con 69,7 dimessi per posto letto, seguito dal Gemelli con 55 dimessi. L’indicatore evidenzia che le aziende ospedaliere universitarie della Regione sono anche quelle con la più alta produttività per posto letto.
Sul fronte della produttività del personale, pesata per la complessità della casistica, si vedono invece differenze rilevanti. In questo caso, considerando sia medici universitari che non universitari (Fonte: Conto Annuale, Ragioneria Generale dello stato, Anno 2010), è primo il Gemelli (107,7 pazienti per medico in un anno) seguito dal Sant’Andrea (105,1); entrambi dimostrano una produttività del personale medico sostanzialmente superiore rispetto alla media.
Le medesime differenze si osservano anche considerando il personale infermieristico. Se infatti per ogni infermiere in servizio al Gemelli si trattano 47 pazienti, al San Camillo se ne trattano solo 23. I benchmark extraregionali sono a “metà strada”; al Careggi il rapporto dimessi/infermiere è 31,4, al S. Orsola 31,3. I dati dei due policlinici pubblici (Tor Vergata e Umberto I), si attestano su livelli migliori dei benchmark. Si noti però che questi due ospedali ricorrono in modo più massiccio all’acquisizione di forza lavoro attraverso cooperative, rendendo questo confronto non facilmente interpretabile.
 
Indicatori economico finanziari - La situazione economico-finanziaria delle aziende della Regione Lazio rispetto ai comparatori di altre Regioni appare estremamente variegata ma chiara, almeno per quanto attiene le strutture pubbliche.
Le risorse per la produzione (RPI) assegnate dal sistema regionale (o acquisite da altre fonti come i ticket) sono sistematicamente insufficienti per portare le aziende all’equilibrio economico. Il rapporto percentuale tra costi per la produzione (CPI) e risorse - CPI/RPI - se superiore al 100% identifica una perdita, se inferiore identifica un saldo positivo di bilancio. Ebbene questo rapporto al San Filippo Neri è pari al 160%, situazione analoga per il San Camillo (159,1%) e al San Giovanni (155%). Più basso ma comunque negativo a Tor Vergata (141%) e all’Umberto I (126%). Solo al Gemelli il rapporto è più vicino al pareggio (107%). È chiaro che la somma delle differenze di ogni azienda contribuisce a costruire il deficit regionale.
In generale, emerge che il Policlinico “A. Gemelli” è l’ospedale con un costo per dimesso più basso nel campione (6.118€/paziente). Il costo massimo si riscontra, invece, per l’AO Molinette di Torino, proprio uno degli ospedali considerati come punto di riferimento per le strutture regionali. Il costo per dimesso del Policlinico Umberto I, invece, è analogo a quello di Careggi e del S. Orsola e vicino a quello del S. Giovanni. Meno “virtuosi”, da questo punto di vista, appaiono San Camillo e S. Andrea a Roma.
A spiegare buona parte di queste differenze è la capacità dell’azienda di fare “economia” attraverso la funzione di acquisto dei beni e servizi. Qui le differenze sono notevoli anche tra le strutture del Lazio. Un paziente che al S. Camillo “costa” in termini di beni e servizi 5.856€ al Gemelli ne costa 2.135 e al S. Giovanni 2.667.
Considerando la complessità dei dimessi (attraverso l’ICM) possiamo effettuare delle comparazioni tra le strutture Regionali. A parità di complessità del caso, il costo per paziente più basso si riscontra ancora al Policlinico universitario “A. Gemelli” (5.947€ per paziente), soprattutto grazie alla maggiore capacità di acquistare beni e servizi (il costo per questa voce ammonta a 2076€ per paziente). La situazione più critica si registra presso l’azienda Ospedaliera S. Andrea (che ha dati analoghi a quelli del S. Camillo e del S. Filippo Neri). In questo ospedale il caso trattato (pesato per la complessità) costa 8.921€ con un costo per beni e servizi che sale a 4243 €.
È come dire che un ospedale spende il doppio di un altro per curare lo stesso paziente.
 
Le manovre 2011-2012 e la spending review, in particolare, hanno richiesto a Regioni e aziende tagli orizzontali. Se le diverse strutture dislocate nel Paese avessero un analogo livello di efficienza operativa – sottolinea il professor Cicchetti - la spending review sarebbe lo strumento adeguato per incrementare globalmente il livello di efficienza e, con ogni probabilità, di efficacia del sistema”.
Ma lo studio ALTEMS evidenzia una situazione diversa: il livello di produttività ed efficienza delle singole strutture è molto differenziato. “Le implicazioni di ciò sono evidenti – sottolinea il professor Cicchetti: i tagli lineari della spending review in una situazione come quella che caratterizza la Regione Lazio, non consentono di “fare efficienza”, ma esattamente l’opposto. Se si taglia il 5% della spesa per beni e servizi al S. Camillo (che si dimostra relativamente efficiente in questa attività) e a Tor Vergata, senza considerare le differenti performance di queste aziende, ottengo, così, una riduzione della produttività complessiva”.
I tagli dovrebbero ispirarsi a una nuova logica: l’indicatore considerato per decidere l’allocazione delle risorse non può più essere la dimensione dell’offerta, ma deve divenire la qualità, l’efficacia e l’efficienza dell’offerta.
“La Regione Lazio – conclude Cicchetti - deve fare i conti con la realtà di un sistema estremamente articolato: il 45% dei pazienti in acuzie è dimesso da ospedali non pubblici (27% da ospedali no-profit, di ispirazione religiosa); nessuna Regione ha una segmentazione simile nel proprio mercato sanitario. Per questo motivo se si vuole salvare la sanità pubblica della Regione, bisogna investire su quello che realmente funziona bene, sviluppando nell’amministrazione regionale la funzione di “committenza”, e utilizzando idonei strumenti per decidere come erogare le risorse disponibili.

Fonte: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=14213

 


 

Gli ospedali laziali e quei costi così diversi per curare la stessa malattia

 

Stupisce il silenzio seguito ai risultati eclatanti dello studio della Cattolica sui costi per caso trattato in alcuni ospedali regionali che indicano fortissime e ingiustificate differenze. Se validati, quei dati dovrebbero spingere Zingaretti a repentine contromisure

05 APR - L’imbarazzante silenzio che ha accolto il lavoro di Amerigo Cicchetti direttore della scuola ALTEMS della Università Cattolica di Roma “Confronto tra le principali aziende ospedaliere del Lazio ed alcune aziende ospedaliere nazionali: Performance economico-finanziaria” da parte degli assessori o Commissari alla sanità chiamati in causa,  dei direttori generali  responsabili delle aziende ospedaliere sottoposte a benchmark e di molti abituali commentatori della sanità,  è la spia della reale condizione del paese. Si preferisce ormai l’analisi astratta dei mali della sanità adottando  un procedimento discorsivo esclusivamente  di tipo “narrativo”.
 
E così il discorso può rimanere sempre a livello di meta-realtà,   e il suo oggetto restare inchiodato alle modellistiche astratte, a un universale generico de-contestualizzato  a cui mai segue una chiamata di responsabilità diretta nei confronti del decisore politico o del manager. Di fatto tutti questi soggetti e gli intellettuali del settore, con poche eccezioni, appaiono tutti “organici” al “partito unico” assolutamente trasversale agli schieramenti politici che ha gestito  la cosa pubblica con modalità simili e che dunque è  oggettivamente corresponsabile  del default del paese.
 
Ritornando al lavoro del Prof  Cicchetti,  esso dimostra  che a parità di complessità del caso trattato, il costo per paziente più basso si riscontra  al Policlinico universitario "A. Gemelli" (5.947€ per paziente), e questo soprattutto grazie alla migliore performance nella funzione "acquisti" di beni e servizi (2.076€), mentre la situazioni più critica si registra presso l'azienda Ospedaliera S. Andrea ( 8.921€). A questa fa buona compagnia il  S. Camillo ( 8.886€)  e il S. Filippo Neri (8.861€).
 
Una differenza talmente vistosa da sollevare una serie inquietante di interrogativi che urgono una risposta chiara ed esaustiva.
Le conseguenze dello studio, per gli autori,  sono ovviamente scontate. Il decisore politico,  preso atto che il 45% dei pazienti in acuzie sono dimessi da ospedali che non sono pubblici  (27% da ospedali no-profit, di ispirazione religiosa) non dovrebbe più perseguire ottusamente il miraggio di un sistema totalmente pubblico ma  più pragmaticamente,  investire su quello che realmente funziona meglio sviluppando nell'amministrazione Regionale la funzione di "committenza" e conseguendo, attraverso gli strumenti già noti (autorizzazione stringente, accreditamento all'eccellenza, accordi contrattuali rigorosi, tariffario "competitivo"), una vera e propria rivoluzione. Unica in grado di salvare la sanità pubblica della Regione.
 
Ritengo estremamente pregevole il lavoro del Prof Cicchetti e sono convinto che il Presidente Zingaretti lo dovrebbe tenere  nel massimo conto. Non per adottarne le conclusioni che, risentono dell’inevitabile conflitto di interessi di cui è chiaramente portatore il responsabile della ricerca, ma per promuovere le giuste e inevitabili azioni correttive.
 
E allora in primis si dovrebbe fare rivalutare il lavoro da un ente terzo come l’ISS o l’ASP per rimuovere qualsiasi incertezza sulla robustezza statistica della analisi delle performances delle diverse strutture. Subito dopo, a dati confermati,  si dovrebbero chiamare i direttori generali delle strutture ospedaliere S. Andrea, S. Camillo  e  S. Filippo Neri  e chiedere loro ragione di un risultato gestionale così disastroso. Ed infine se venisse dimostrata, da un valutatore esterno alla regione,  una  responsabilità diretta si dovrebbe procedere immediatamente alla  rimozione del/dei responsabile/i.
 
Mi sembra un ragionamento talmente lineare e semplice che mi stupisce come nessuno lo abbia ancora fatto. L’amministrazione regionale è recentemente cambiata e grandi speranze sono state riposte in Zingaretti. E’ troppo chiedere al Presidente e commissario alla sanità di dimostrare coerenza con quanto promesso in campagna elettorale  circa un nuovo modo di amministrare la regione e la sanità pubblica? Forse potrebbe cominciare proprio da qui.
 Fonte per approfondire: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=14266

 

Lazio. Ospedali a confronto. La replica del San Filippo Neri: "Da quei dati più dubbi che certezze"

Lo studio dell’Altems della Cattolica sui costi per caso trattato in alcuni ospedali della regione ha suscitato un giustificato interesse. Ma prima di trarre conclusioni affrettate è necessario avere la garanzia di lavorare su dati certificati da un organismo terzo

05 APR - L’interesse che lo studio dell’ALTEMS “Confronto tra le principali aziende ospedaliere del Lazio ed alcune aziende ospedaliere nazionali: performance economico-finanziaria” ha suscitato tra gli organi di informazione e tra gli operatori di settore è pienamente giustificato dal fatto che, soprattutto nella Regione Lazio, forte è la sensibilità sugli aspetti economico-finanziari del Sistema Sanità. Considerato poi che l’Azienda Ospedaliera San Filippo Neri è oggetto del confronto operato con lo studio, mi sento obbligato ad effettuare alcune osservazioni.

Le maggiori perplessità sono di tipo metodologico, sulle modalità con cui è stato condotto lo studio, che condizionano evidentemente l’affidabilità dei risultati .
In primo luogo non si comprende per quale motivo lo studio prenda in considerazione parametri di attività desunti dal “Rapporto Attività Ospedaliera 2010” di Laziosanità-ASP solo per le Aziende Ospedaliere pubbliche, mentre per il Policlinico Gemelli si riportano “fonti aziendali”, quando il Rapporto citato (scaricabile dal sito internet di Laziosanità-ASP e dunque accessibile a tutti) include anche i dati appartenenti a tale struttura. Ciò non per accusare lo studio in oggetto di scarsa trasparenza, ma per evidenziare che la differente fonte informativa scelta può influire sulle risultanze stesse degli indicatori.
 
Se le metodologie di analisi della produzione, intesa sia come volumi che come outcome, possono ormai ritenersi sufficientemente attendibili (come il PREVALE e il PNE insegnano), non altrettanto si può dire dell’analisi dei costi, che presenta numerosi ostacoli interpretativi, specie se si confrontano realtà disomogenee come i policlinici universitari, da un lato, e le aziende ospedaliere, dall’altro.

Nei policlinici universitari, ad esempio, il costo del personale non include quello sostenuto per gli specializzandi, che insieme agli studenti forniscono un apporto assistenziale considerevole, con un conseguente benefico effetto sia sulla produttività per operatore che sui costi, quindi complessivamente sull’efficienza erogativa.
 
Sempre in relazione ai costi del personale, lo studio afferma che “la valutazione della reale composizione della “forza lavoro” è in parte inficiata dall’esistenza di contratti di lavoro interinale o di appalti di servizio che riducono l’incidenza media del personale non medico sul totale”. Tale affermazione è certamente corretta dal punto di vista teorico, ma proprio per questo si manifestano tutti i limiti dell’analisi che ne deriva. E’ infatti noto come il costo del personale interinale non compare nella voce “personale” ma in quella “beni e servizi” ed è fortemente disomogeneo, alterando il rapporto tra i due capitoli di spesa: nel Lazio esistono realtà dove tale ricorso è del tutto marginale e strutture dove si impiegano con tale modalità fino a 400 unità infermieristiche. Forse è imputabile a questa “distorsione” il fatto, ad esempio, che nonostante il Policlinico Umberto I abbia 1.597 posti letto e l’A.O. Molinette 1.175 posti letto (26% posti letto in meno), quest’ultimo ha 5.914 unità di personale (18% unità personale in più), mentre il primo 4.833. 
Inoltre ai fini della valutazione dell’economicità della gestione, utilizzando un indicatore “rozzo” come il costo per dimesso, si determina una visione parziale dell’attività ospedaliera in quanto la totalità dei costi aziendali è riferita anche ad attività produttive che non sono riconducibili alla dimissione del paziente (si pensi ad esempio all’attività ambulatoriale medica e chirurgica o ai servizi di supporto all’attività chirurgica come quelli trasfusionali o di medicina di laboratorio).

E’ evidente che tali risultati dovrebbero essere ulteriormente indagati e resi comparabili o altrimenti non presi in considerazione. Di conseguenza, qualsiasi indicatore di produttività (per medico o infermiere) perde di significato, portandoci ad errori grossolani.
 
Infine sugli indicatori di bilancio si vuole porre l’attenzione su un solo aspetto: i bilanci del San Filippo Neri e delle altre Aziende ospedaliere pubbliche sono redatti annualmente dalla Direzione Aziendale secondo direttive vincolanti, resi pubblici (i nostri sono scaricabili integralmente dal sito internet aziendale) e verificati dall’organo di controllo deputato al controllo contabile (Collegio Sindacale). Risulta che il Policlinico Gemelli, che utilizza risorse pubbliche regionali pari a oltre 520 milioni di euro all’anno (come affermato nello stesso rapporto), non sia tenuto alla redazione di un proprio bilancio, non lo renda conoscibile a tutti e non consenta di valutare dunque con trasparenza le modalità di impiego delle risorse pubbliche assegnategli.

Dunque le risultanze e le riclassificazioni contabili operate nello studio sui dati del Policlinico Gemelli (fonti aziendali non rese conoscibili) non possono essere verificate, né si comprende come possano essere operate in assenza di un documento contabile di riferimento.
 
Se da un benchmarking di questo tipo devono derivare confronti aspri e provvedimenti di censura, è necessario avere la garanzia di lavorare su dati certificati da un organismo terzo. E proprio questo tema della “non – terzietà” del ricercatore un evidente punto di caduta dello studio, laddove questo potente e fin qui inedito strumento di verifica bene farebbe ad essere utilizzato da Istituzioni o Agenzie indipendenti, che non possano essere sospettate di “conflitto di interessi” nelle loro elaborazioni.
 
Resta il fatto che la strada del monitoraggio continuo della efficienza economico-gestionale, assolutamente condivisibile, può condurre a risultati utili solo se associato a quello della valutazione di esito e della soddisfazione dell’utenza, al fine di superare l’imperante approccio “ragionieristico” che tanti danni può portare in Sanità.
 
Lorenzo Sommella
Direttore Generale f.f. ACO S.Filippo Neri

 

 Fonte per approfondire: http://www.quotidianosanita.it/studi-e-analisi/articolo.php?articolo_id=14288

 


 
Ultimo commento -Interessante disserzione

Ospedali a confronto. Perché è utile lo studio del Gemelli

 Gentile Direttore,
il dibattito seguito allo studio dell'Università Cattolica sul confronto  tra costi e valore della produzione al Policlinico Gemelli e nelle Aziende Ospedaliere ed Universitarie pubbliche del Lazio relativo al 2010, in molti casi è apparso più interessato a deleggitimarne il valore che a entrare nel merito discutendone i risultati.
 
Per quanto ci riguarda abbiamo condotto un lavoro dello stesso genere riferito al 2011, presentato in una iniziativa recente ed in attesa di pubblicazione che, pur non considerando il Gemelli, mostra in sostanza lo stesso allarmante rapporto tra costi sostenuti e valore della produzione nei grandi Ospedali Pubblici romani che complessivamente contribuiscono per l’84% al disavanzo del Ssr, peraltro da più parti stimato come di gran lunga inferiore al dato reale.
 
Certo lo studio del Gemelli in alcune parti potrebbe apparire come la ricerca di una conferma alla teoria che quella struttura sia la migliore, e non solo nel Lazio. Vi sono inoltre alcune informazioni mancanti, come ad esempio se nel valore economico dei ricoveri sia stato considerato l’abbattimento praticato dalla Regione per i ricoveri inappropriati. Si tratta infatti di cifre importanti capaci di modificare i risultati visto che nel 2011 si va dagli 8.750mila euro tagliati al Gemelli al 1.379mila del S.Andrea. Ed ancora non c’è dubbio che i risultati siano condizionati dal finanziamento aggiuntivo regionale che è legato a diverse funzioni (emergenza, trapianti, didattica etc) che vede una diversità di valori forse non del tutto giustificata dalla complessità delle strutture se si pensa che, almeno nel 2011, si va dai 109 milioni del Gemelli a valori di qualche milione per alcune aziende ospedaliere.
 
Non vi è dubbio però che strumenti come quello proposto da Cicchetti et al, rappresentano esattamente ciò di cui abbiamo bisogno per un governo del SSR meno empirico ed estemporaneo di quanto accaduto fino ad oggi. La condizione è che i dati siano attendibili, verificabili e sufficientemente recenti da costituire non un elemento “descrittivo”, magari utili agli studiosi, ma uno strumento in mano a chi gestisce la Regione e le singole Aziende. Per far questo è indispensabile che a produrre questo genere di elaborazioni sia un soggetto terzo di garanzia (quale AGENAS, ISS o la Scuola S.Anna di Pisa) sulla base delle esigenze della Regione e col supporto dei suoi uffici.
 
Inoltre nel Lazio dove il 48% dei ricoveri avviene in strutture non pubbliche (Classificati, Università e IRCCS privati, Case di Cura Accreditate) questa rilevazione ha senso solo se coinvolge tutti gli erogatori, a prescindere dalla diversa tipologia, che dovranno essere tenuti a rendere noti i propri conti. In un sistema dove finalmente tutti gli attori siano tenuti a rispettare gli stessi requisiti e criteri nella redazione dei bilanci e nella tenuta della contabilità, strumenti di verifica e confronto potranno garantire quel cambio di passo nella gestione della sanità regionale che è dovuto ai cittadini che oggi pagano troppo per un servizio non sempre di qualità accettabile.
 
Ernesto Petti, Marinella D’Innocenzo, Paolo Lanari, Adolfo Pagnanelli, Stefano Pompili

 

BILANCI 2011

RAPPORTO TRA VALORE  PRODUZIONE E COSTI

AO S ANDREA

81%

AO S FILIPPO NERI

61%

AO S. GIOVANNI-ADDOLORATA

70%

AOU POL. UMBERTO I

85%

AO S. CAMILLO FORLANINI

67%

I.F.O.

69%

I.R.C.C.S. SPALLANZANI

86%

POL. TOR VERGATA

83%

INCIDENZA PERDITE GRANDI OSPEDALI  SU TOTALE REGIONE LAZIO

84%

      
Fonte: Bilanci d’esercizio 2011
 
Fonte per approfondire: http://www.quotidianosanita.it/lettere-al-direttore/articolo.php?articolo_id=14435
 

 

Ospedali a confronto. Attenti ai numeri in libertà

 Gentile Direttore,
devo ritornare sul tema dei “grandi ospedali a confronto” perché, pur se le osservazioni di Erebesto Petti & Co  sono assolutamente centrate e condivisibili, la tabella allegata al loro articolo porta nuovamente fuori strada e dimostra l’inadeguatezza della struttura attuale dei bilanci nel rappresentare i fenomeni, non solo economici, che caratterizzano un ospedale.
 
Dato che i numeri, più che le parole, sono “pietre”, vorrei osservare che il confronto del rapporto tra valore totale della produzione e costi è fuorviante proprio per i motivi addotti da Petti: il valore totale include i finanziamenti extratariffari per le funzioni, che valgono complessivamente oltre 600 milioni di € e che dipendono dalle caratteristiche dell’ospedale, ma non sono direttamente correlati alla complessità dei casi trattati.
 
E’ evidente che un DEA di II livello, con funzione di hub in più reti di specialità, riceve un finanziamento integrativo più consistente di chi, come il San Filippo Neri, queste funzioni le ha in parte perdute (sulla carta, per via del DCA 80, continuando poi giocoforza a svolgerle). Invito poi ad andare a rivedere il DCA 15/2013 del 15.2.2013, che finanzia per il 2012 gli obiettivi di PSN per altri 150 milioni di €, utilizzando una suddivisione tra ASL, AO e Policlinici Universitari a dir poco oscura, con attribuzione del finanziamento a fine anno e conseguente richiesta di  rendicontazione “postuma”.
 
Inoltre, il valore della produzione presente nei bilanci 2011 è al netto degli abbattimenti tariffari  per inappropriatezza del 2010 e del 2011 e non mette in evidenza le aziende che stanno effettuando  un percorso virtuoso di recupero.
 
In conclusione, come accade spesso in sanità, qualsiasi semplificazione è pericolosa e ogni dato deve essere interpretato. Se condividiamo questa impostazione, se teniamo conto della particolare struttura dei costi delle aziende ospedaliere e monitoriamo i trend annuali (piuttosto che fare analisi “puntuali”), allora gli studi economico-gestionali rappresenteranno un reale valore aggiunto.
 
Lorenzo Sommella
Direttore Generale f.f. ACO S. Filippo Neri

 
 
Feb17

Infermieri. Cimo: "Serve chiarezza normativa e coinvolgimento rappresentanze dei medici" - Nursing Up: “Nessun rischio di sconfinamento nell’area medica” - Medici e infermieri. Silvestro (Ipasvi): "Posizione Anaao su accordo è sconcertante"

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15 FEB - "Le competenze delle professioni sanitarie devono essere condivise da tutte le categorie interessate". E' quanto afferma la Cimo Asmd intervenendo sulla bozza di accordo Stato–Regioni approvata dalla Commissione Salute delle Regioni che ha riaperto lo scontro sul tema delle competenze infermieristiche. "La necessità di un intervento normativo - secondo la Cimo - era assolutamente necessaria per evitare le fughe in avanti di alcune Regioni che affidavano compiti agli infermieri, anche in settori delicati quali l’emergenza, senza un riferimento normativo certo e Cimo Asmd lo stava chiedendo da tempo".

Per la Cimo "un provvedimento sulle competenze infermieristiche, non preceduto o accompagnato da una definizione dell’atto medico, rischia di non risolvere i problemi e di crearne di nuovi, con effetti devastanti nell’attività quotidiana nelle strutture sanitarie ospedaliere e territoriali. Il documento, infatti,  presenta alcuni miglioramenti rispetto al precedente in quanto, richiama la normativa vigente, laddove prevede che lo sviluppo delle competenze abbia come riferimento gli ordinamenti formativi professionali sconfessando i corsi regionali che fino ad oggi erano stati ritenuti sufficienti in alcune sperimentazioni, ma presenta  ancora lati oscuri, la cui declinazione può portare ad invasioni di campo, se non supportata da una chiara definizione delle responsabilità di ciascuno e delle competenze dei medici, ai quali unicamente compete la diagnosi e la cura".

Per il sindacato medico occorrono quindi "norme chiare a tutela della salute dei pazienti, le nuove competenze non possono degenerare in un’anarchia di responsabilità e in questo nuovo scenario la centralità del ruolo del Medico nella diagnosi e terapia non è in discussione, anche perché deriva dal suo percorso di studi intenso e almeno tre volte più lungo di qualsiasi altra figura professionale sanitaria. Infine, i sindacati  medici, rappresentanti di chi lavora fianco a fianco con gli infermieri, non possono essere esclusi da questo confronto". Cimo Asmd chiede quindi "una rapida convocazione da parte del Ministero della Salute e delle Regioni".
 
Fonte:  http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=13471
 


Infermieri. Nursing Up: “Nessun rischio di sconfinamento nell’area medica”

 

Per il sindacato degli infermieri bisogna però "distinguere fra attività medica e attività del medico: la prima è un limite invalicabile per chi non è abilitato alla professione medica, ma non è detto che le attività del medico siano tutte mediche o solo mediche perche svolte dagli stessi”.

15 FEB - Non piacciono al Nursing Up le recenti posizioni di alcune rappresentanze del sindacalismo medico sulla bozza di Accordo Stato Regioni sulla implementazione delle competenze professionali degli infermieri e, in particolare, su quella che sarebbe “l’invasione di campo” infermieristica nei confronti della competenze mediche.

Ed è per questo che, come già fatto nel luglio scorso, il sindacato degli infermieri guidato da Antonio De Palma ha rilanciato oggi la lettera inviata al ministro della Salute, Renato Balduzzi, e al presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani, per difendere i contenuti dell’accordo e smentire alcuna invasione di campo.

Anzitutto, secondo De Palma, nel valutare l’accordo occorre focalizzare l’attenzione  sulle “diverse necessità che provengono  dal Sistema Paese, in riferimento in particolare, alle valutazioni provenienti da elementi di contesto sociale, epidemiologico, tecnologico  ed economico. Le sfide alle quali siamo tenuti ad offrire una risposta, nella garanzia di perseguire e garantire i livelli assistenziali c’impongono  di ripensare le attuali organizzazioni in un’ ottica di sviluppo e miglioramento dell’efficienza ed efficacia produttiva e contestualmente, nel favorire  l’implementazione di modalità di cura e di assistenza capaci di favorire l’integrazione professionale e garantire la sicurezza delle cure stesse”.
 
I criteri per la determinazione delle competenze infermieristiche allora, secondo il presidente del Nursing Up, fanno capo proprio a queste esigenze. Tenendo bene in menti il “criterio guida – introdotto dall’art. 1, comma 1, Legge n. 251/200 – che preordina la professione allo svolgimento delle “attività dirette alla prevenzione, alla cura  e salvaguardia della salute individuale e collettiva” e “i criteri limiti – previsti dall’art. 1 Legge 42/99 e dall’art. 1, comma 1, Legge 251/2000 – costituiti dai profili professionali, dall’ordinamento universitario e formativo post-base e dai codici deontologici”.

In questo contesto, precisa De Palma, “sono anche fatte salve le competenze previste per le professioni mediche e per le altre professioni del ruolo sanitario per le quali è richiesto il possesso del diploma di laurea  e nel rispetto reciproco delle specifiche competenze professionali. Oggi come in passato, a nostro parere non pare davvero che possa ravvedersi in alcun modo, nella bozza di accordo di cui si parla , il rischio di un eventuale sconfinamento in aree rientranti tra quelle riservate in maniera esclusiva ad altre  professioni ed in particolare, quella medica ed è altrettanto  evidente che  non sia possibile  identificare alcun percorso di sviluppo professionale  che veda un’estensione del proprio agire in tal senso e nello specifico, verso processi che costituiscono ambito esclusivo di altre professioni con operazioni che possono assumere i toni della ‘sostituzione professionale’”.
 
Peraltro, secondo De Palma, “è di fondamentale importanza distinguere fra attività medica ed attività del medico: la prima rappresenta, infatti, un limite invalicabile da parte di chi non è abilitato alla professione medica; diversa è, invece l’attività che il medico può trovarsi a svolgere in talune organizzazioni per prassi e consuetudine. Come, infatti, viene da molti evidenziato, non è detto che queste attività siano tutte mediche o solo mediche perche svolte dagli stessi; infatti, potrebbe non essere necessaria una capacità ed una conoscenza  e formazione medica. A tal proposito, può essere anche utile ricordare che molte attività sanitarie nate come mediche si sono trasformate, per acquisizione di nuove conoscenze da parte di nuove figure professionali, in attività sanitarie professionali non esclusivamente mediche e successivamente hanno subito l’ulteriore trasformazione in attività sanitarie più strettamente  professionali ed eseguibili potenzialmente da tutta la popolazione”.
 
Pertanto, secondo De Palma, “il confine di competenza fra le professioni sanitarie non può definirsi in maniera statica e rigida, ma si presenta flessibile e sensibile ai modelli organizzativi adottati, alla evoluzione dei piani di studio universitari e post-universitari, alle prassi seguite nei singoli contesti di lavoro, come ben delineato nella bozza di accordo Stato Regioni in fase di valutazione definitiva”.
 
Il presidente del Nursing Up ricorda quindi come già ora, in ambito nazionale, “risultano evidenti le diverse competenze professionali agite nei  modelli organizzativi implementati in ambito sanitario, con conseguenti ricadute sia  nella determinazione dei diversi fabbisogni di risorse umane  che nel relativo impatto in termini economici e di spesa sanitaria. Ora – prosegue De Palma -, il richiamo costante  all’integrazione  e alla definizione di strumenti di governo clinico elaborati all’interno dell’equipe multi professionale non può essere considerato come un elemento ostativo allo sviluppo di nuove modalità di cura e di assistenza ma, unicamente, come luogo privilegiato dove all’interno dei singoli contesti professionali sia possibile condividere e definire sulla base delle evidenze scientifiche, i processi sanitari da adottare  e le migliori pratiche da implementare”.
 
Secondo De Palma, dunque, la bozza di accordo Stato Regioni “ripercorre quanto già adottato in altri contesti sanitari in ambito internazionale  e intende facilitare la diffusione di modelli organizzativi che vedano valorizzati tutti i diversi professionisti afferenti all’area sanitaria . Peraltro, è noto a tutti che esistono talune attività un tempo proclamate di competenza esclusiva dei medici, che costituiscono già patrimonio di molte organizzazioni sanitarie e vedono il coinvolgimento di altri professionisti nello svolgimento. Non si può non tener conto del legame imprescindibile fra autonomia e responsabilità e come, ma di questo la bozza di accordo rappresenta un esempio palese, nessun rischio corre  l’univoca competenza medica in tema di processo diagnostico e terapeutico di riferimento , in quanto è fuori dubbio che esso rientri nell’ esclusiva competenza di tale professionista. E’ tempo però – sottolinea il presidente del Nursing Up -, di dare piena attuazione a quanto indicato dalle disposizioni a supporto della professione infermieristica perché pochi sono stati i cambiamenti introdotti per la qualificazione dei  processi assistenziali e il loro rinnovamento non costituisce all’interno di questo Paese un quadro omogeneo e di riferimento nazionale”.
 
Da De Palma arriva, in conclusione, un appello alla collaborazione “ in considerazione della funzione istituzionale che rappresento ed anche dell’innegabile ruolo riconosciuto alla professione infermieristica che si qualifica assieme a quella medica- nell’ambito del Sistema Sanitario Nazionale, tra le figure cardine del sistema stesso”. Proprio per questo è necessaria “un’azione maggiormente sinergica tutti i professionisti coinvolti, soprattutto superando i vecchi steccati ed abbandonando oramai anacronistiche  posizioni a tutela unicamente del ruolo attualmente identificato nei diversi contesti: il tempo attuale richiede uno sforzo comune nel ripensare ai processi sanitari in un’ottica di appropriatezza sia essa di tipo organizzativo che clinico-assistenziale  ma, in particolare, ci richiede come vero strumento di sviluppo, la capacità di rivedere i nostri modelli e di apprendere da coloro che prima di noi hanno sperimentato altre modalità con risultati maggiori”.
 
Fonte per approfondire: http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=13477
 


 

Medici e infermieri. Silvestro (Ipasvi): "Posizione Anaao su accordo è sconcertante"

 

 

La presidente dei Collegi infermieristici risponde alla nota del sindacato dei medici ospedalieri e rispedisce al mittente tutte le critiche. "Non c'è alcun passaggio di attribuzione di competenze dai medici agli infermieri". E aggiunge: "La valorizzazione delle competenze infermieristiche è indispensabile per il Ssn".

16 FEB - “E’ a dir poco sconcertante – afferma Annalisa Silvestro, presidente Ipasvi – la posizione assunta dal Sindacato dei medici dirigenti Anaao Assomed per quanto attiene il documento sullo sviluppo delle competenze delle professioni sanitarie, prossimamente all’esame della Conferenza Stato Regioni”.
 
Secondo Silvestro "l’Anaao Assomed afferma di 'non essere pregiudizialmente contraria allo sviluppo delle competenze e della formazione delle professioni sanitarie non mediche', però contesta la Bozza di accordo sugli infermieri perché 'estende attribuzioni ora solo di competenza della professione medica'; definisce il documento un 'colpo di mano che rischia di minare l’organizzazione già precaria del sistema sanitario' e ritiene che il 'Ministero della Salute e le Regioni hanno l’obbligo di garantire che ogni modifica si muova nei binari dell’efficacia e della sicurezza dei percorsi assistenziali a tutela della salute dei cittadini e delle competenze della professione medica'.
 
A queste affermazioni Silvestro risponde così, chiedendosi e rilanciando:
- quali siano le attribuzioni che passano dai medici agli infermieri, dato che nella Bozza di accordo in questione di tali passaggi non vi è traccia;
- se si può negare che è anche per le competenze delle professioni infermieristiche che il SSN continua ad essere un sistema vivo e con un’organizzazione che regge le sfide di questa difficile fase storica;
- se si può mettere in dubbio che Ministro della Salute e Regioni non siano impegnati a garantire che ogni modifica si muova nei binari dell’efficacia e della sicurezza dei percorsi assistenziali a tutela della salute dei cittadini;
- se si può davvero affermare che il Ministero della salute e le Regioni abbiano l’obbligo di garantire unicamente la statica intangibilità delle competenze mediche, ignorando quelle già evolute di oltre 400.000 professionisti infermieri.
 
“La Federazione Ipasvi – conclude Silvestro – resta ferma sia sulla necessità di valorizzare ed evolvere le competenze delle professioni infermieristiche che costituiscono una risorsa indispensabile per superare le difficoltà attuali del SSN, sia sul sostegno alla Bozza di Accordo approvata dal Ministero e dalle Regioni e conferma nuovamente la disponibilità ad un confronto purché sia costruttivo e fuori dalle trincee ideologiche”.

 

Fonte per approfondire:  http://www.quotidianosanita.it/lavoro-e-professioni/articolo.php?articolo_id=13499

 
 
Feb07

ANCORA UNA VOLTA INSUPERABILI!!!

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PER I NOSTRI ISCRITTI E SINO AL 31.12.2013 LA COPERTURA RC COLPA GRAVE E' GRATIS

GLI INFERMIERI NOSTRI ASSOCIATI ADERISCONO E

VENGONO  COPERTI, AL PAGAMENTO CI PENSA

NURSING UP!!

Ed è così che è andata, 

delatori e profeti di sventura costretti ad ingoiare, ancora una volta, un boccone amaro, come d'altronde accade ogni volta che si azzarda un confronto con il Nursing Up. 

Parliamo sai di quelli che si sono affannati ad urlare ai quattro venti il venir meno delle precedenti coperture (quelle dell'anno 2012) ma anche di coloro che hanno provato a strumentalizzare in ogni modo tale fatto per poi tentare, spudoratamente e senza riuscirci, di emularci in maniera grossolana

Anche nell'anno 2013 ogni nostro associato dipendente e non dipendente a qualsiasi titolo inquadrato nelle aziende del SSN e che rientra tra i soggetti previsti dalla polizza/convenzione sottoscritta tra Nursing Up e Berkshire Hathaway, avrà diritto, attraverso la propria adesione, ad ottenere in forma completamente gratuita, perchè i premi sono a carico del sindacato,  una speciale copertura  colpa grave per la propria attività.

 

VOGLIAMO CONFERMARCI COME IL MIGLIOR SOSTEGNO POSSIBILE PER I

NOSTRI, SIA NELLA BUONA CHE NELLA CATTIVA SORTE....

 

E i nostri fatti dimostrano che non si tratta solo di uno slogan!

Perchè nonostante i costi proibitivi del mercato obblighino ormai a ridurre drasticamente le coperture noi siamo riusciti a raddoppiare i massimali

Si passa dalla cifra di massimo risarcimento prevista con il precedente assicuratore dell'anno 2012 - pari ad euro 2.200.000,00 al nuovo importo di

EURO 5.000.000,00 (Cinquemilioni)

ECCO ALCUNE INFORMAZIONI, BEN INTESO SOLO INDICATIVE, RELATIVE ALLE

NUOVE COPERTURE, CHE PER COLORO CHE ADERIRANNO SARANNO VALIDE

SINO AL 31 DICEMBRE 2013.

 

MA NON E' TUTTO!!!!

 La polizza copre anche ulteriori danni, inclusi nella rivalsa esperita dall'Azienda Sanitaria di cui l'Assicurato sia responsabile ai sensi di Legge, a condizione che siano conseguenza diretta di un danno indennizzabile asi sensi dell'assicurazione ed entro un limite del 10% del danno indennizzato.

Tutto quanto sopra riportato ovviamente, a condizione che per tali danni egli sia stato dichiarato responsabile, totalmente o parzialmente, per Colpa Grave con sentenza delle Autorità Giudiziaria Ordinaria, Civile o Penale e/o dalla Corte dei Conti.

 

 ASSICURATA L'ATTIVITA' SOLIDALE IN EMERGENZA

perchè siamo infermieri, con un'attività speciale che ci vede protagonisti anche nelle esigenze particolari, quelle in cui il nostro impegno è richiesto da spirito di civico servizio. 

Si pensi solo ad esempio a tuti i colleghi impegnati volontariamente in caso di terremoti e catastrofi. 

Per questo abbiamo chiesto ed ottenuto che l'assicurazione fosse estesa anche alle occasioni di interventi eseguiti per dovere di solidarietà od emergenza sanitaria ed anche al di fuori dell'attività retribuita; in tale ipotesi la copertura si intende estesa ai danni cagionati con colpa lieve con un sottolimte per sinistro di Euro 1.000.000,00 (un milione).

 LE NOSTRE COPERTURE VALGONO IN TUTTO IL MONDO!!!!

 La polizza copre l'interessato, alle condizioni e termini ivi riportati, anche per le richieste di risarcimento originate da fatti dannosi accaduti, o comportamenti colposi posti in essere in qualsiasi Paese del mondo, su incarico dell'ente ospedaliero di appartenenza, esclusi gli Stati Uniti d'America, in Canada e i territori sotto la loro giuristizione

LA DECORRENZA DELLA COPERTURA RC COLPA E' RETROATTIVA:

per tutte le adesioni di nostri associati che perverngono al Broker Marsh entro il 28 febbraio 2013 la copertura decorre dal primo gennaio 2013

 Per gli altri, cioè coloro che aderiscono successivamente la decorrenza delle coperture coinciderà con quella prevista sul certificato di assicurazione.

ATTENZIONE PERCHE' LA COOPERTURA ASSICURATIVA DI OGNI ASSOCIATO NON E' AUTOMATICA

 

A differenza del passato, per attivare le coperture ogni nostro associato dovrà seguire e portare a buon fine la precedura di adesione a lui dedicata, completamente gratuita, gestita dal Broker Marsh alla quale è possibile accedere collegandosi al sito del Nursing Up all'indirizzo: www.nursingup.it

 Tale procedura consentirà, tra le altre cose, di scaricare ogni documento previsto, soprattutto il modulo di adesione da restituire a Marsh per poter poi ricevere il previsto certificato di assicurazione

 Siraccomanda particolare attenzione a quanto sopra, poichè diversamente dal passato saranno assicurati solo gli associati del Nursing Up che avranno portato a buon fine la procedura di adesione.

NURSING UP, PERCHE' OGGI COME IERI

NESSUN ALTRO E' COME NOI!!!

 

Per approfondire: http://new.nursingup.it/files/circolare040213.pdf

 

 

 


 

 

NURSING UP energia ed infallibile determinazione

Sotto il link per arrivare ad aderire alla POLIZZA RC COLPA GRAVE GRATIS

 http://new.nursingup.it/avviso.html

 

 

           
           
           
           
           
           
           
       

 

 

       

 

 

       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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